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Mercoledì, Gennaio 7, 2026

Un capotreno ucciso a Bologna, due lavoratori aggrediti a Cosenza e Firenze. Il 2026 si apre con una scia di violenza che interroga istituzioni, aziende e politica: la sicurezza non può restare una promessa rinviata.

Questo primo notiziario del 2026 assomiglia drammaticamente a un bollettino di guerra. Non per scelta, non per gusto della tragedia ma perché i fatti, nudi e ostinati, s'impongono con una violenza che non lascia spazio alle parole leggere. Il 5 gennaio, alla stazione di Bologna, Alessandro Ambrosio, capotreno di Trenitalia di appena 34 anni, è stato ucciso con una coltellata mentre stava raggiungendo la propria auto nel parcheggio riservato ai dipendenti. Era nel suo giorno di riposo. Un gesto normale, quotidiano, diventato improvvisamente l’ultimo. A lui va il nostro cordoglio più profondo, sincero, silenzioso. Alla sua famiglia, colpita nel modo più crudele, va la vicinanza di tutta la FAST-Confsal, perché non esiste parola che possa colmare una perdita così ma esiste il dovere di non voltarsi dall’altra parte.

Pochi giorni prima, a Cosenza, un macchinista era stato aggredito nell’atrio della stazione mentre si trovava in pausa. Nella stessa settimana, a Firenze, un autista del trasporto pubblico locale è stato assalito mentre si spostava a piedi durante una pausa di servizio. Tre episodi diversi, tre luoghi diversi, un’unica costante: lavoratori colpiti mentre svolgono, o stanno semplicemente vivendo, il proprio ruolo sociale. A loro va la nostra piena solidarietà, la nostra vicinanza concreta, non formale. Perché chi subisce un’aggressione porta addosso ferite che non sempre si vedono, ma che restano.

Non siamo davanti a una somma di sfortune. Siamo davanti a un’escalation evidente della pericolosità in cui lavoratrici e lavoratori dei trasporti sono costretti a vivere. Stazioni, scali, parcheggi, fermate, aree operative che dovrebbero essere presidiate e protette diventano zone grigie, luoghi dove la sicurezza è intermittente, casuale, spesso affidata alla fortuna. È inaccettabile. È inaccettabile per chi lavora, è inaccettabile per i cittadini, è inaccettabile per un Paese che si definisce civile.

FAST-Confsal lo denuncia da tempo, senza urlare ma senza arretrare: non bastano proclami, non bastano protocolli annunciati e mai pienamente attuati, non basta la solidarietà postuma. Servono fatti. Servono presìdi stabili, piani di sicurezza operativi, coordinamento reale tra istituzioni, aziende e forze dell’ordine. Servono interventi sulle cause, non solo sugli effetti. Perché la sicurezza non si costruisce dopo una tragedia, si costruisce prima.

Ed è proprio per questo che, nelle conclusioni di questo editoriale, sentiamo il dovere di dire una cosa semplice e netta: su un tema così serio occorre evitare la solita propaganda politica, da qualunque parte provenga. Non servono bandiere, non servono slogan, non servono polemiche di giornata. Servono responsabilità condivise e scelte concrete. Solo agendo sulle cause profonde del degrado, dell’abbandono, della mancata prevenzione si può pensare di riportare sicurezza nelle stazioni, negli scali, nelle città. Solo così si può garantire a chi lavora nei trasporti di svolgere il proprio ruolo sociale senza paura, con dignità e soprattutto con la certezza di poter tornare a casa, ogni giorno, dai propri cari.

Questo non è un favore. È il minimo che una comunità degna di questo nome dovrebbe garantire.