La videosorveglianza nei luoghi di lavoro è ormai una realtà diffusa, ma spesso ci si dimentica che dietro ogni telecamera c’è una questione fondamentale: il rispetto della privacy di chi lavora e di chi frequenta quegli spazi. Installare un impianto non significa solo “mettere in sicurezza” un locale: vuol dire definire una finalità lecita, limitare l’angolo di ripresa al minimo necessario e gestire con cura accessi e tempi di conservazione. In questa rubrica ti accompagno, con semplicità, tra regole e buone pratiche per evitare che uno strumento di sicurezza diventi una fonte di problemi legali e relazionali.
Perché l’informativa è sempre necessaria?
Ogni volta che si installa un sistema di videosorveglianza, si raccolgono dati personali. Il regolamento europeo sulla privacy (UE 679/2016) è chiaro: senza un’informativa adeguata, il trattamento di questi dati è illecito. Non è solo “burocrazia”, ma un passaggio che rende le persone consapevoli di essere riprese. Quando le telecamere riprendono luoghi aperti al pubblico o possono incidere sull’attività dei lavoratori, la trasparenza deve essere immediata (cartello) e approfondibile (informativa completa).
Il Garante della privacy, con il provvedimento 167/2026, ha ribadito che la trasparenza è un obbligo imprescindibile. In assenza di informativa, il rischio non è solo una sanzione amministrativa, ma anche la perdita di fiducia da parte di dipendenti e clienti.
Come si garantisce la trasparenza?
La trasparenza si costruisce in due passaggi:
1. Cartelli informativi ben visibili
- Devono essere posizionati all’ingresso e nei punti strategici, ad altezza d’uomo.
- Devono indicare chiaramente che l’area è videosorvegliata, chi è il titolare del trattamento dei dati, le finalità della sorveglianza e i diritti delle persone riprese.
2. Informativa completa facilmente accessibile
- Oltre ai cartelli, bisogna mettere a disposizione un’informativa dettagliata (ad esempio alla reception, alla cassa o tramite QR code/link web).
- Qui si spiegano tutti i dettagli: tempi di conservazione delle immagini, modalità di esercizio dei diritti, eventuali destinatari dei dati.
Cosa succede se si salta questo passaggio?
Se manca l’informativa, il trattamento dei dati è sempre illecito. Non basta nemmeno avere l’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro se non si è trasparenti con chi entra o lavora nei locali: sono obblighi diversi che vanno tenuti insieme. Sul piano pratico, una gestione “opaca” può aprire la porta a contestazioni, reclami e accertamenti, oltre a minare il rapporto di fiducia con dipendenti e clienti.
Un esempio pratico
Immagina un bar che installa telecamere per motivi di sicurezza. Se non mette i cartelli e non fornisce l’informativa, rischia una sanzione e la diffidenza dei clienti. Se invece informa chiaramente tutti, le telecamere diventano uno strumento di tutela condivisa, non di controllo nascosto.
In sintesi
La videosorveglianza può essere utile, ma solo se gestita con rispetto e trasparenza. Informare è un dovere, ma anche un gesto di attenzione verso chi lavora e frequenta i nostri spazi. Ricordiamoci: la fiducia si costruisce anche così, un cartello alla volta.






