Il 17 luglio 2026 è stato, per chi lavora in Italia, uno di quei giorni da tenere a mente. Non perché sia accaduto qualcosa di eccezionale ma esattamente per il contrario: cinque lavoratori sono morti nel giro di poche ore, in cinque luoghi diversi, per cinque cause diverse e l’Italia ha registrato la cosa come si registra il bollettino del traffico.
Partiamo dai fatti. Nel primo pomeriggio, alla stazione ferroviaria di San Giorgio di Nogaro, in Friuli, un operaio tunisino di 43 anni — dipendente di una ditta esterna impegnata in lavori sulla tratta Venezia-Trieste — è sceso da un mezzo di servizio ed è stato investito da un convoglio in transito. Nello stesso giorno, a Viadana, nel Mantovano, un operaio albanese di 49 anni stava ripulendo un pioppeto devastato dal maltempo del giorno prima: ha toccato un cavo dell'alta tensione, è caduto a terra ed è morto sul colpo. A Barberino del Mugello, alle 7 di mattina, un cinquantacinquenne addetto alla raccolta rifiuti si è accasciato durante il giro porta a porta. A Bagno a Ripoli, in serata, un suo collega di 42 anni è stato trovato privo di vita accanto al mezzo di servizio. Temperature oltre i 40 gradi, turni nelle ore più calde: il caldo come causa di servizio, non come fatalità della natura.
C'è chi potrebbe obiettare che i due casi fiorentini siano "malori", non infortuni. È una distinzione che non regge. Se un lavoratore muore perché è costretto a lavorare sotto il sole cocente senza adeguate misure di protezione, quella è una morte sul lavoro. Il calore estremo è un rischio professionale documentato, riconosciuto dall'Inail e la responsabilità di gestirlo ricade sul datore di lavoro esattamente come quella di fornire un elmetto o un'imbracatura. Chiamarla diversamente è un modo per non contarla.
Il giorno prima, il 16 luglio, altri tre lavoratori erano già morti: Francesco Vona, 39 anni, schiacciato da un rullo in una cava di Giavera del Montello nel tentativo di aiutare un collega in difficoltà; un operaio marocchino di 33 anni, folgorato su un palo della luce a Montesano Salentino mentre cablava la fibra ottica; un agricoltore travolto dal trattore in Alto Adige. In meno di 48 ore, otto famiglie hanno perso qualcuno.
FAST Confsal ha espresso cordoglio per la vittima di San Giorgio di Nogaro e chiesto chiarezza sulla dinamica dell'incidente, in particolare sul sistema di coordinamento tra il gestore dell'infrastruttura e le ditte esterne che operano in appalto sui binari. È un punto che vale ben oltre il caso singolo: nel trasporto ferroviario come nell'edilizia, nella logistica come nelle telecomunicazioni, il lavoro in subappalto concentra il rischio sugli anelli più deboli della catena. Chi esegue, spesso in condizioni di maggiore pressione e con meno tutele contrattuali, paga il prezzo più alto.
I dati del 2026 dicono che nei primi tre mesi le denunce di infortunio mortale sono leggermente calate rispetto al 2025. Un segnale che non basta a cambiare la sostanza: l'Italia continua a perdere oltre mille lavoratori l'anno e ogni volta che i numeri migliorano di qualche punto percentuale, qualcuno si affretta a parlare di inversione di tendenza. Il 17 luglio ricorda che non c'è nessuna inversione: c'è solo una strage che va avanti a ritmo costante, ripartita su 365 giorni, che diventa invisibile perché nessuna singola giornata — tranne le più eclatanti — raggiunge la soglia dell'indignazione collettiva.
Quello che serve non è un'altra commemorazione. Servono più ispettori del lavoro, controlli reali nei cantieri e negli appalti, una normativa sul lavoro sotto il calore che abbia denti veri e una cultura aziendale che smetta di trattare la sicurezza come un costo da contenere.
Cinque morti in un giorno non sono un caso. Sono un sistema che non funziona.






