Quando decidiamo di lasciare un lavoro, pensiamo alla nuova opportunità, al preavviso, alle dimissioni telematiche e all'ultimo giorno da trascorrere in azienda. C'è però un dettaglio che spesso viene ignorato e che può avere conseguenze economiche: la data effettiva in cui termina il rapporto di lavoro.
Perché anche pochi giorni possono fare la differenza sul TFR.
La regola da conoscere è contenuta nell'articolo 2120 del Codice civile, che disciplina il trattamento di fine rapporto. Nel calcolo del TFR, infatti, le frazioni di mese uguali o superiori a 15 giorni vengono computate come mese intero.
Tradotto in parole semplici: se nell'ultimo mese di lavoro maturi una frazione utile di almeno 15 giorni, quel mese viene considerato ai fini della maturazione del TFR. Se invece la frazione utile è inferiore, quel mese potrebbe non essere conteggiato.
Ecco perché, quando le dimissioni sono una scelta programmabile, non conviene indicare la data senza aver prima verificato il calendario.
Facciamo un esempio semplice. Immaginiamo un lavoratore che abbia deciso di cambiare azienda e possa organizzare la propria uscita. Se il rapporto termina quando nel mese sono maturati soltanto 12 o 13 giorni utili, quella frazione non raggiunge la soglia prevista dalla legge. Se, invece, la cessazione avviene dopo aver maturato almeno 15 giorni, la situazione cambia: quella frazione di mese viene computata come mese intero ai fini del TFR.
Può sembrare una differenza minima. Ma perché rinunciare anche a una sola quota di TFR quando, potendo scegliere la data, sarebbe possibile evitarlo?
Attenzione, però: non basta dire “mi dimetto dopo il 15”.
Quello che conta è la corretta individuazione della data di cessazione del rapporto e della frazione di mese utile maturata. Inoltre, bisogna sempre fare i conti con il preavviso previsto dal proprio CCNL. In molti contratti collettivi la decorrenza del preavviso è collegata a date precise del mese; in altri esistono regole differenti. Una scelta sbagliata può comportare conseguenze economiche, compresa l'eventuale indennità sostitutiva del preavviso.
Per questo il consiglio è semplice: prima le verifiche, poi le dimissioni.
Quando state per cambiare lavoro, non limitatevi a chiedervi: “Quando posso iniziare nella nuova azienda?”. Chiedetevi anche: “Qual è la data più conveniente per chiudere correttamente il vecchio rapporto? Ho rispettato il preavviso? Raggiungo la frazione di mese utile per il TFR? Il mio contratto collettivo prevede particolari decorrenze?”.
Sono domande che richiedono pochi minuti, ma che possono evitare di lasciare per strada soldi e diritti.
E c'è un principio più generale che vale la pena ricordare: conoscere il proprio contratto e le regole che disciplinano il rapporto di lavoro significa anche saper tutelare la propria retribuzione. TFR, ferie residue, permessi, ratei di tredicesima e quattordicesima, preavviso e competenze di fine rapporto meritano tutti una verifica prima dell'uscita dall'azienda.
Quindi, se state pensando di dimettervi, non abbiate fretta di scegliere una data soltanto perché vi sembra comoda.
Guardate il calendario, controllate il vostro CCNL e fatevi due conti prima di inviare le dimissioni.
Perché nel lavoro anche un giorno può avere un valore.
E conoscere quel valore significa non rinunciare, inconsapevolmente, a ciò che avete maturato.
Informarsi non è una formalità. È il primo modo per difendere i propri diritti.




